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Aggiornato: 3 ore 17 min fa

Il notaio e il “patto di non pubblicazione” del testamento olografo

Mar, 10/08/2019 - 09:00

È lunedì mattina, la prima mail delle 7:20 mi arriva da una delle figlie di una cliente che anni fa depositò presso di me il suo testamento olografo. Il dolore per la perdita della cara e amata madre, contenuto nelle prime due righe, evapora alla terza riga, quella che mi blocca immediatamente la digestione della colazione riportando alla mente quelli che da studenti credevamo essere solo “casi di scuola”. La signora chiede espressamente di poter prendere possesso del testamento per portarlo al suo notaio di fiducia e valutare insieme agli altri eredi legittimi “se pubblicarlo e quando pubblicarlo”.

di Federica Croce notaio in Lecco

Così inizia la giornata, e chissà se riuscirò a convincerla che non è così semplice come si può pensare…

In primo luogo occorre domandarsi se il notaio che ha ricevuto in deposito un testamento olografo, in via formale o informale, possa non pubblicarlo ovvero consegnarlo ai soggetti che siano interessati alla successione del depositario.

In secondo luogo è necessario approfondire la natura e la liceità del c.d. “patto di non pubblicazione”.

 La derogabilità dell’art. 620, comma IV, c.c.

Alla luce della disposizione dell’art. 620 c.c., è necessario precisare che il notaio può assumere il ruolo di depositario, tra gli altri, di un testamento olografo[1], in veste di terzo imparziale e garante a norma dell’art. 61 l. not.[2], il quale espressamente prevede che “I testamenti pubblici prima della morte del testatore, i testamenti segreti e gli olografi depositati presso il notaro, prima della loro apertura e pubblicazione, sono custoditi in fascicoli distinti”.

Occorre considerare, di volta in volta, a quale tipo di deposito sia ascrivibile quello effettuato presso il notaio dalla parte che ha redatto il testamento, cioè se si tratti di deposito formale negli atti di ultima volontà o se, al contrario, si tratti di mero deposito fiduciario.

In genere, la prassi più diffusa è quella che prevede il deposito al notaio a titolo informale, ovvero a titolo fiduciario o di mera cortesia, ed in questo caso si ritiene che il notaio agisca in qualità di professionista (e non di pubblico ufficiale). In quest’ultima ipotesi, conseguentemente, il notaio è esonerato dagli obblighi che impone il deposito formale. Parte della dottrina[3] ha affermato che il deposito fiduciario sia governato unicamente dalle norme deontologiche, essendo finalizzato solo ad assicurare la conservazione del documento, senza un preventivo formale controllo di legalità.

A tal fine, viene affermato da alcuni che se il notaio non è stato depositario del testamento olografo ma ne è venuto in possesso accidentalmente, come nel caso in cui si rinvenga una scheda testamentaria nel corso di un inventario, non è tenuto a procedere d’ufficio alla sua pubblicazione[4].

Certamente il fatto che non vi sia un vero e proprio obbligo formale non esime da una valutazione più ampia sulla opportunità di pubblicarlo in ogni caso, valutazione che il notaio, nella sua veste di professionista e consulente, può fare nell’ottica di evitare un eventuale contenzioso futuro o per evitare il rischio che vada perduto o distrutto. Non si può ignorare che si tratti di un documento che, ove l’autore fosse deceduto, non sarebbe più ripetibile.

In entrambi casi, sia di deposito formale che fiduciario, l’attività richiesta al notaio successivamente alla notizia del decesso è la pubblicazione della scheda testamentaria, che consiste in un adempimento pubblicitario volto a rendere conoscibile il contenuto della stessa, prima di tale momento noto solo al testatore. Si tratta, secondo la dottrina, di un atto preparatorio esterno[5] necessario per l’esecuzione delle disposizioni contenute nel testamento.

L’articolo del codice civile che disciplina la pubblicazione è il 620, il quale dispone al primo comma che “Chiunque è in possesso di un testamento olografo deve presentarlo a un notaio per la pubblicazione, appena ha notizia della morte del testatore”. Nel comma citato è disciplinato il caso frequente nel quale il testamento si trovi in possesso di soggetti terzi, interessati alla successione.

Il comma quarto del medesimo articolo disciplina il caso in cui il testamento si trovi già in deposito presso un notaio ed in particolare prevede che: “Nel caso in cui il testamento è stato depositato dal testatore presso un notaio, la pubblicazione è eseguita dal notaio depositario”.

Appare quindi, dal tenore letterale della norma, che il legislatore abbia voluto attribuire la competenza per questo adempimento pubblicitario al notaio depositario e non ad altri: tale lettura si ricava sia dal periodo che impone al notaio stesso di eseguire la pubblicazione, sia dall’inciso dell’art. 66 l. not.[6], il quale prevede che le formalità di pubblicazione debbano essere eseguite “nell’ufficio del depositario del testamento”.

Il nodo da sciogliere è quindi se sia derogabile la previsione che attribuisce la competenza esclusiva per la pubblicazione del testamento al notaio depositario del medesimo. Occorre considerare sia il caso del deposito della scheda testamentaria effettuato presso il notaio in via formale, sia quello del deposito in via fiduciaria.

Si osserva che il verbale di deposito di testamento olografo, ove venga effettuato un deposito formale, deve essere annotato nel repertorio degli atti di ultima volontà. Il notaio è tenuto per la conservazione di tale scheda testamentaria ad adottare gli stessi accorgimenti previsti per i testamenti pubblici prima della morte del testatore. Perciò, ai sensi dell’art. 61, comma terzo, l. not., i testamenti olografi depositati presso il notaio, prima della loro apertura e pubblicazione, sono custoditi in fascicoli distinti; ai sensi dell’art. 67, comma secondo, l. not., il notaio non può permetterne l’ispezione né la lettura, né darne copia o rilasciarne estratti e certificati, durante la vita del testatore, se non al testatore medesimo o a persona munita di speciale mandato in forma autentica. Il notaio depositario, entro dieci giorni dal deposito[7], deve chiedere l’iscrizione nel registro generale dei testamenti dei testamenti olografi depositati formalmente presso di lui[8], trasmettendo all’archivio notarile una scheda contenente i dati necessari per l’identificazione del notaio, del testatore e del tipo di atto.

Dall’esame degli adempimenti citati ed a norma dell’art. 62 l. not.[9], nel caso di deposito formale, si ritiene che il notaio già depositario della scheda sia il medesimo tenuto alla pubblicazione, poiché a suo carico è prevista una attività specifica che lo qualifica come destinatario della fiducia della parte depositante, come se vi fosse un implicito mandato all’esecuzione di quanto necessario perché il testamento produca i suoi effetti[10].

In dottrina[11], alla luce dell’attuale tenore letterale della norma e della formulazione che la medesima aveva nel codice previgente, si ritiene che la pubblicazione debba essere eseguita dal notaio depositario, sia nel caso in cui il notaio abbia già presso di sé il testamento olografo, depositato presso di lui prima della morte del testatore, sia nel caso di consegna del testamento da chi lo detiene dopo l’apertura della successione.

In tali casi, secondo la lettera della legge, emerge che il notaio sia giuridicamente obbligato in proprio alla pubblicazione, appena avuta notizia dell’apertura della successione, indipendentemente dalla richiesta di parte. Si osserva altresì, da parte di alcuni autori[12], che la scelta del testatore di depositare il testamento presso un notaio di fiducia sia implicitamente una richiesta di parte – la parte depositante – di procedere alla pubblicazione in caso di morte.

Di opposta opinione è chi ha posto l’attenzione sul fatto che tale interpretazione porrebbe il notaio anche nell’obbligo di sostenere le spese relative alla pubblicazione, il che conduce ad un risultato non coerente con il sistema; pertanto si dovrebbe concludere che anche il notaio depositario, in difetto di una espressa richiesta di parte in tal senso, sia esentato dall’obbligo di pubblicazione[13]. A sostegno di tale lettura si potrebbe osservare che è lo stesso regolamento di esecuzione della legge notarile (R.D. 10 settembre 1914, n. 1326) che apre ad una soluzione differente, ponendo a carico del notaio depositario solo l’onere di contattare le parti interessate alla pubblicazione;  in particolare l’art. 83, comma II, prevede che “Il notaro, avendo in qualsiasi modo notizia del decesso di persona, che per suo ministero fece un testamento pubblico o deposito nei suoi atti un testamento, dopo essersi ufficialmente accertato della morte del testatore, deve rendere avvertiti dell’esistenza del testamento stesso coloro che egli presume possano avere interesse all’apertura ed alla pubblicazione”.

Occorre chiedersi, a questo punto, se le medesime conclusioni valgano nel caso di deposito fiduciario o informale, essendo tale rapporto finalizzato alla mera custodia e conservazione da parte di un professionista.

Leggendo l’art. 82 del regolamento notarile[14], si rileva come la disciplina dettata dall’art. 66, comma IV, l. not., sia estensibile analogicamente anche al caso del deposito fiduciario. Nella stessa linea si è espresso il Consiglio Nazionale del Notariato che, in una risposta ad un quesito su un caso simile, ha rilevato quanto segue: “l’art. 82 reg. not. dispone che quanto previsto dall’art. 66, comma 4, legge not. deve essere pure osservato nel caso di deposito da farsi, ai sensi dell’art. 620 c.c., del testamento olografo consegnato fiduciariamente al notaro dal testatore o da chi faccia istanza pel deposito[15].

Considerando quanto sopra, ed anche alla luce dell’art. 149 reg. not., appare evidente come non si possa distinguere, nel mandato professionale conferito al notaio, una diversa graduazione dell’obbligo di pubblicazione in base al titolo del deposito (formale o fiduciario) e che il notaio sia tenuto a procedere all’adempimento pubblicitario in ogni caso in quanto depositario.

In merito alla sanzione applicabile in tali casi, basti richiamare l’art. 137 l. not., che prevede quanto segue: “È punito con l’ammenda da L. 40 a L. 400 il notaro che contravviene alle disposizioni dei nn. 2, 3, 4, 5, 6, 7 e 9 dell’art. 51 e degli articoli 53, 59, 65, 66, 70, 72 e che nella conservazione degli atti e nella tenuta del repertorio contravviene alle disposizioni degli artt. 61 e 62”.

Tuttavia, in base alle considerazioni formulate, sia che si segua la tesi più severa, secondo la quale il notaio depositario è sempre obbligato alla pubblicazione anche in difetto di richiesta di parte, sia che si segua la tesi che vede nell’art. 83, comma II, reg. not. la chiave di volta del sistema, ritenendo quindi che il notaio sia solo tenuto ad attivarsi per rendere nota l’esistenza del testamento presso di sé, sembrerebbe preferibile seguire l’orientamento che accoglie una riserva di competenza esclusiva per la pubblicazione del testamento in capo al notaio già depositario della scheda.

 

Il c.d. patto di non pubblicare

 Capita, nella prassi, che le parti aventi diritto alla successione non vogliano pubblicare il testamento. Ciò accade, a volte, per motivi economici, nei casi in cui la volontà del de cuius ricalchi le disposizioni di legge sia con riferimento ai soggetti che all’entità delle quote attribuite; altre volte, ciò può accadere per concorde intenzione di distribuire i beni prescindendo dalla volontà di chi li ha lasciati, magari dando rilevanza ad una volontà transattiva dei coeredi.

In tal caso, spesso, viene sottoscritto tra i soggetti interessati alla successione un contratto “atipico plurilaterale a comunione di scopo”[16], che comunemente definiamo “patto di non pubblicazione”.

Detto accordo, senza dubbio, dovrà coinvolgere tutti i soggetti interessati alla successione[17] e di norma non riguarda direttamente il notaio perché non può che rivestire la forma dell’accordo privato. Tuttavia, il notaio è spesso il destinatario di richieste di consulenza sulla redazione del medesimo e sulla sua efficacia e validità.

A tal proposito, una risalente pronuncia giurisprudenziale ha ritenuto “valido l’accordo tra coeredi di non pubblicare il testamento, ma di dargli comunque esecuzione, regolando transattivamente anche le varie attribuzioni patrimoniali compiute direttamente o indirettamente dal defunto mentre era in vita[18].

Secondo tale lettura, sarebbe nella libera disponibilità degli aventi diritto la decisione di procedere o meno all’adempimento pubblicitario, secondo il principio di meritevolezza di cui all’art. 1322 cod. civ.[19]. Tale orientamento basa le proprie motivazioni sulla considerazione che l’art. 620 cod. civ. non avrebbe natura imperativa.

Ciò porta a concludere che sia possibile che tutte le parti aventi interesse alla successione, con comune ed unanime accordo, decidano di non pubblicare il testamento: una simile pattuizione non sarebbe sanzionabile di per sé con la nullità per contrarietà a norme imperative[20].

Alla luce dell’interesse superiore tutelato dalla disciplina dettata per la pubblicazione del testamento, nonché degli interessi successori sottesi alla devoluzione del patrimonio, non può ignorarsi il fatto che tale comportamento potrebbe integrare una delle cause di indegnità. A norma dell’art. 463 c.c., infatti, chi ha soppresso, celato o alterato il testamento dal quale la successione sarebbe stata regolata ne è escluso.

Si ritiene però, in dottrina[21] e in giurisprudenza[22], che la sanzione dell’indegnità consegua solo ad un’intenzionale occultazione della scheda testamentaria volta a trarre profitto per sé o per altri, o a recare danno ad altri. Ciò porterebbe ad escludere la rilevanza, ai fini della norma citata, di una occultazione innocua, che può dirsi parallela alla volontà che viene generalmente espressa in un patto di non pubblicazione.

Il Supremo Collegio[23] ha ritenuto che il patto di non pubblicazione possa ritenersi lecito nel rispetto di alcuni fondamentali principi. In particolare, tale accordo non deve ostacolare la certezza dei rapporti successori fondamentali, né può essere finalizzato all’ottenimento di un risultato che porti quale conseguenza all’indegnità dei suoi sottoscrittori.

Secondo l’opinione di un illustre collega e studioso[24], ove il patto di non pubblicazione influisca sul titolo della delazione (quindi, per esempio, nei casi in cui la delazione da testamentaria mutasse in legittima, vi sarebbe la lesione del primo dei due principi sopra espressi e, attenendo questo all’ordine pubblico, si avrebbe un caso di nullità del patto.

Seguendo questa ricostruzione sarebbero pertanto validi soltanto i patti aventi ad oggetto disposizioni testamentarie irrilevanti ai fini della devoluzione dell’eredità o disposizioni che incidono solo sulla entità delle quote.

Tale patto potrà avere ad oggetto solo un testamento valido ed efficace: si ritiene infatti che, alla luce dell’art. 590 c.c.[25], ove oggetto dell’accordo sia un testamento nullo, il patto sarebbe qualificabile non tanto come patto di non pubblicazione in senso stretto (il quale presuppone che la scheda testamentaria possa giuridicamente esplicare tutti i suoi effetti), quanto come rinunzia alla volontà di confermare il medesimo.

 

Conclusioni

Alla luce di quanto detto, in conclusione quindi, se è pur vero che la validità del patto di non pubblicazione andrebbe valutata caso per caso in relazione ai principi tracciati dalla dottrina e dalla giurisprudenza, si ritiene però doveroso distinguere il caso in cui la scheda sia nella disponibilità delle parti dal caso in cui essa si trovi invece in deposito presso il notaio.

Ove il notaio sia depositario (a qualunque titolo) di un testamento valido ed esente da vizi, né revocato, per quanto sopra evidenziato con riferimento all’obbligo di pubblicità che fa capo allo stesso, è preferibile ritenere che il patto di non pubblicare non possa trovare spazio e che sia il medesimo notaio a dover procedere alla pubblicazione della scheda testamentaria.

In tali casi il notaio potrà eventualmente consigliare agli eredi quali atti negoziali siano più idonei alla reciproca composizione degli interessi patrimoniali e/o famigliari rilevanti, eventualmente anche di concerto con il collega “notaio di fiducia” dei chiamati o dei soggetti interessati alla successione, ove diverso da quello individuato dal de cuius per il deposito delle su

[1] Il notaio è depositario degli atti da lui stesso ricevuti, e ciò nell’esercizio della funzione di conservazione e custodia che il pubblico ufficiale rogante deve esercitare, a norma dell’art. 61, lett. a), l. not.; detta funzione può essere esercitata relativamente agli atti non ricevuti dal notaio, ma formalmente depositati presso di lui, per disposizione di legge o a richiesta delle parti, a norma dell’art. 61, lett. b), l. not., nonché dell’art. 1, r.d.l. 14 luglio 1937, n. 1666.

Infine, può essere richiesto di conservare un documento depositato presso di lui, non in qualità di pubblico ufficiale, bensì quale professionista e ciò in adempimento di un incarico fiduciario. (Cfr. Boero, Deposito di atti e documenti, in Dig.4, Disc. priv., Sez. civ., V, Torino, 1989).

[2]Il notaro deve custodire con esattezza ed in luogo sicuro, con i relativi allegati: gli atti da lui ricevuti compresi gli inventari di tutela ed i verbali delle operazioni di divisione giudiziaria, salvo le eccezioni stabilite dalla legge; gli atti presso di lui depositati per disposizione di legge o a richiesta delle parti.

A questo effetto li rilegherà in volumi per ordine cronologico, ponendo sul margine di ciascun atto un numero progressivo. Ciascuno degli allegati avrà lo stesso numero progressivo dell’atto, ed una lettera alfabetica che lo contraddistingue.

I testamenti pubblici prima della morte del testatore, i testamenti segreti e gli olografi depositati presso il notaro, prima della loro apertura e pubblicazione, sono custoditi in fascicoli distinti.

I testamenti pubblici dopo la morte del testatore, e su richiesta di chiunque possa avervi interesse, e gli altri dopo la loro apertura o pubblicazione, dovranno far passaggio dal fascicolo e repertorio speciale degli atti di ultima volontà a quello generale degli atti notarili. L’ordine cronologico col quale ciascun testamento dovrà essere collocato nel fascicolo, sarà determinato dalla data dei rispettivi verbali di richiesta, per i testamenti pubblici; di apertura per i testamenti segreti e di pubblicazione per i testamenti olografi.

[3] In Boero, Deposito di atti e documenti, in Dig.4, Disc. priv., Sez. civ., V, Torino, 1989.

[4] Caramazza, Delle successioni testamentarie, nel Comm. teorico-pratico al cod. civ., dir. da De Martino, Novara-Roma, 1982, p. 199.

[5] Ferrentino-Ferrucci, Atti mortis causa, Milano, 2010, p. 83.

[6]Nel caso di restituzione o di apertura e pubblicazione del testamento segreto od olografo, le formalità stabilite negli artt. 913, 915 e 922 del codice civile saranno eseguite nell’ufficio del depositario del testamento.

Il notaro dovrà fare una copia in carta libera di ogni testamento pubblico da lui ricevuto e trasmetterla, chiusa e sigillata, all’archivio notarile distrettuale, entro il termine di dieci giorni dalla data dell’atto”.

[7] Art. 5 l. 307/1981.

[8] Art. 4, n. 4, l. 307/1981.

[9]Il notaro deve tenere, oltre i registri prescritti da altre leggi, due repertori a colonna, uno per gli atti tra vivi, il quale servirà anche agli effetti della legge sulle tasse di registro, e l’altro per gli atti di ultima volontà. In essi deve prender nota giornalmente, senza spazi in bianco ed interlinee, e per ordine di numero di tutti gli atti ricevuti rispettivamente tra vivi e di ultima volontà, compresi tra i primi quelli rilasciati in originale, le autenticazioni apposte agli atti privati, e i protesti cambiari.

Il repertorio degli atti tra vivi, per ciascuna colonna, conterrà: il numero progressivo; la data dell’atto e dell’autenticazione e l’indicazione del Comune in cui l’atto fu ricevuto; la natura dell’atto ricevuto o autenticato; i nomi e cognomi delle parti ed il loro domicilio o la residenza; l’indicazione sommaria delle cose costituenti l’obbietto dell’atto, ed il relativo prezzo e valore, ed ove trattisi di atti che abbiano per oggetto la proprietà od altri diritti reali, od il godimento di beni immobili, anche la situazione dei medesimi; l’annotazione della seguita registrazione e della tassa pagata per gli atti registrati; l’onorario spettante al notaro e la tassa d’archivio dovuta le eventuali osservazioni.

Nel repertorio per gli atti di ultima volontà si scriveranno solamente le indicazioni contenute nelle prime quattro colonne.

La serie progressiva dei numeri degli atti e dei repertori, prescritta da questo e dal precedente articolo, viene continuata fino al giorno in cui il notaro avrà cessato dall’esercizio delle sue funzioni nel distretto in cui è iscritto: e, cambiando residenza in un altro distretto, il notaro dovrà cominciare una nuova numerazione.

Nel caso di passaggio di un atto dal repertorio speciale degli atti di ultima volontà a quello degli atti tra vivi, si noterà in questo ultimo il numero che l’atto aveva nel primo repertorio e viceversa in questo il numero che l’atto prende nel repertorio degli atti tra vivi.

Il notaro deve inoltre firmare ogni foglio dei repertori, e corredare ciascun volume di un indice alfabetico dei nomi e cognomi delle parti desunti dallo stesso”.

[10] Natale, Autonomia privata e diritto ereditario, Padova, 2009, p. 458.

[11] Gangi, La successione testamentaria nel vigente diritto italiano, II, Milano, 1952, p. 523.

[12] Navarra, La pubblicazione dei testamenti, Milano, 1979, p. 57.

[13] Bonilini, Manuale di diritto ereditario e delle donazioni3, Torino, 2005, p. 263.

[14]Il disposto dell’art. 66, capoverso 3°, della legge, si deve pure osservare nel caso di deposito da farsi, ai sensi dell’art. 912 [adesso art. 620 c.c. 1942] del codice civile, del testamento olografo consegnato fiduciariamente al notaro dal testatore o da chi faccia istanza per il deposito”.

[15] Toscano, Ufficio secondario e deposito del testamento olografo, risposta a quesito n. 568-2011/C.

[16] La definizione è di Mascheroni, La non pubblicazione del testamento olografo per patto tra eredi o per divieto del de cuius, in Notariato, 2011, p. 182 ss. L’articolo, integrato con note e citazioni, riproduce l’intervento al convegno Diritto di famiglia. Le disposizioni ed i negozi atipici nella prassi notarile, Milano, 12 novembre 2009.

[17] Santarcangelo, Il testamento olografo, in AA.VV., Testamento e patti successori, dir. da Iberati, 2006, Bologna, p. 227.

[18] Cass., 17 luglio 1974, n. 2145, in Giur.it., 1976, I, 1, 144. In senso contrario, Bonilini, Autonomia negoziale e diritto ereditario, in Riv. not., 2000, p. 797, il quale dubita della derogabilità della norma che prescrive l’obbligo di pubblicare il testamento.

[19] La decisione di non procedere all’adempimento pubblicitario andrebbe valutata sotto il profilo degli interessi protetti dalla legge, per cui, in presenza del consenso di tutti gli interessati, dovrebbe essere lecita l’intesa di non procedere alla pubblicazione. Cfr. Pene Vidari, Le successioni. 4. La successione legittima e necessaria, nel Tratt. dir. civ., dir. da Sacco, Torino, 2009, p. 108.

[20] A. Natale, Autonomia, cit., p. 471.

[21] Grosso-Burdese, Le successioni. Parte generale, nel Tratt. Vassalli, Torino, 1977, p. 138.

[22] App. Milano, 22 dicembre 1970, in Foro pad., 1971, I, 634.

[23] Cass., 17 luglio 1974, n. 2145, cit.

[24] A. Mascheroni, La non pubblicazione, cit., p. 185.

[25] A. Mascheroni, La non pubblicazione, cit., p. 184.

Il notaio e il “patto di non pubblicazione” del testamento olografo ultima modifica: 2019-10-08T09:00:15+02:00 da Redazione Federnotizie

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Procure estere: la Cassazione perde una buona occasione

Mar, 09/17/2019 - 10:25

La Corte di cassazione perde una buona occasione per definire alcune linee generali relative alla circolazione in Italia degli atti notarili provenienti dall’estero, in particolare le procure[1].

Il caso – secondo quanto si può ricavare dalla sentenza in esame – riguardava una procura proveniente dalla Pennsylvania, nella forma di scrittura privata la cui sottoscrizione era stata certificata da un notary public locale, recante la Apostille prevista dalla Convenzione dell’Aia del 5 ottobre 1961, quindi utilizzata in Italia per procedere ad una vendita immobiliare. In seguito la persona che si reputava aver rilasciato la procura disconosceva la propria sottoscrizione e chiedeva fosse dichiarata la nullità della procura stessa e della conseguente vendita. Riconosciuta valida la procura in primo grado e inefficace in appello, la vicenda approdava alla Cassazione ed è stata decisa con la sentenza che si annota.

di Paolo Pasqualis notaio in Portogruaro (ex Presidente del Cnue)

La Suprema Corte ha concluso per l’invalidità della procura in esame, secondo una motivazione che non convince e che, soprattutto, non svolge gli argomenti più significativi in relazione agli atti provenienti dall’estero.

La sentenza, infatti, si sofferma principalmente sulle regole stabilite dal nostro sistema di diritto internazionale privato (l. n. 218/1995, art. 60) per quanto riguarda la legge applicabile alla sostanza e alla forma della procura, sulla necessità o meno di legalizzazione o Apostille, sui doveri di controllo da parte del notaio italiano che riceve un tale tipo di documento dall’estero per procedere alla conclusione di un atto in Italia, anche in considerazione delle norme di cui agli artt. 28 della legge notarile e 54 del regolamento. Infine, conclude per l’invalidità della procura in esame, poiché la data di nascita del sottoscrittore, come attestata in atto, non era esatta.

Oltre a contenere alcune imprecisioni, su cui si ritornerà, la decisione in commento trascura del tutto di esaminare alcuni punti da ritenere essenziali per la soluzione del caso.

Un aspetto fondamentale è quello relativo alla lex auctoris. Deve essere dato per presupposto, infatti, che un documento proveniente dall’estero sia formato in conformità alla legge applicabile al suo autore, e cioè secondo le regole di competenza, di procedura, di contenuto obbligatorio etc. previste dalla legge che regola l’operare del funzionario o pubblico ufficiale che interviene (auctor regit actum). Basti considerare, al proposito, il reciproco: se si chiede la produzione di un documento ad un notaio italiano, questo sarà ricevuto e redatto in conformità alle norme applicabili al pubblico ufficiale nel nostro paese, ancorché il documento stesso sia destinato all’estero. Nel caso in esame, invece, la Suprema corte si limita a ricordare che, come più volte affermato in materia di procura alle liti[2], ancorché proveniente dall’estero la procura dovrà risultare sottoscritta in presenza del soggetto che autentica la sottoscrizione, il quale dovrà avere identificato la persona del sottoscrittore, ritenuti questi elementi “minimi necessari” per potersi riconoscere in Italia il documento proveniente dall’estero. La conclusione nel caso concreto, poi, è stata nel senso di non considerare identificata la persona che aveva sottoscritto poiché nell’atto la sua data di nascita era indicata erroneamente.

La tesi, in questi termini, non può essere condivisa, posto che essa consiste semplicemente nel pretendere di verificare meccanicamente se il documento proveniente dall’estero contiene “almeno” alcuni elementi ritenuti indispensabili per farlo assomigliare il più possibile al nostro. Tenendo conto, invece, che un documento proveniente dall’estero sarà necessariamente formato secondo proprie regole di competenza, contenuto etc., ciò che va considerato al fine di poterlo riconoscere in Italia dovrà riguardare piuttosto se le modalità complessive che regolano la sua creazione consentano di ammetterne una sostanziale equivalenza funzionale tra il documento prodotto e quello nazionale richiesto. In questo senso dovrebbero oggi intendersi anche le ricordate ricorrenti affermazioni della Corte di cassazione in tema di procure alle liti provenienti dall’estero, relative al rispetto di elementi minimi da parte del soggetto autenticante, quali l’identificazione del sottoscrittore e la firma in presenza. A correzione del ricordato orientamento basti pensare, infatti, che si possono oggi facilmente immaginare sistemi nei quali è consentita la firma a distanza con modalità evidentemente ritenute sufficienti dalla legge locale per garantire il grado di certezza necessario ad attribuire al documento così creato il rango di prova privilegiata o addirittura la forza esecutiva. Sarebbe ragionevole che un tale documento venisse rifiutato in Italia a motivo che la firma non è stata apposta in presenza?

Anche per quanto riguarda l’accertamento dell’identità del sottoscrittore, poi, ci si dovrà rifare alle regole e modalità stabilite dalla legge applicabile all’autore del documento. Per riportarci al caso concreto: è così facile dire – come fa la sentenza in commento – che la persona che ha firmato non era stata identificata poiché la sua data di nascita, così come indicata nel documento stesso, era inesatta? In Pennsylvania l’identità delle persone è accertata obbligatoriamente con l’indicazione della data di nascita? E se fossero sufficienti, invece, nome e cognome e indirizzo di residenza[3]? E se nel documento fosse stata attestata comunque da parte del notary public la certezza dell’identità di chi aveva sottoscritto? Su tutto ciò la Cassazione non si sofferma.

La nozione da approfondire e sviluppare, ad avviso di chi scrive, nel valutare un atto proveniente dall’estero deve essere così precisata: esaminato il documento secondo le sue regole di formazione, individuati gli aspetti da ritenere essenziali nel nostro sistema affinché esso possa sostituire quello nazionale in ragione della funzione svolta da esso nel caso concreto, si potrà formulare un giudizio di equivalenza funzionale che permetta all’atto straniero di sostituire l’italiano[4]. L’esempio migliore in questo senso viene dalla recente legge spagnola n. 29 del 30 luglio 2015, di cooperazione giuridica internazionale in materia civile, che nei capitoli V e VI si occupa dei documenti pubblici stranieri e della loro utilizzazione quali titoli esecutivi e nei confronti dei pubblici registri in Spagna. In particolare l’art. 60 dispone: “Los documentos públicos extranjeros extrajudiciales podrán ser inscritos en los registros públicos españoles si cumplen los requisitos establecidos en la legislación específica aplicable y siempre que la autoridad extranjera haya intervenido en la confección del documento desarrollando funciones equivalentes a las que desempeñan las autoridades españolas en la materia de que se trate y surta los mismos o más próximos efectos en el país de origen[5].

Prendendo le mosse da questi principi, l’analisi del documento proveniente dall’estero allora sarà svolta valutando innanzi tutto il ruolo e la qualità dell’intervento del soggetto certificatore in relazione alle esigenze di provenienza e di certezza che il documento richiede. Si sarà limitato a certificare l’autenticità della sottoscrizione? Avrà svolto un controllo di legalità del contenuto dell’atto? Avrà verificato la vigenza di eventuali poteri rappresentativi?

Una tale analisi permetterà anche di fare le debite distinzioni: così ben diverso sarà valutare l’“equivalenza” di una procura da quella di una convenzione matrimoniale o di una donazione immobiliare compiute all’estero e da valere in Italia.

A quest’ultimo proposito, per restare ad un esempio relativo agli Stati Uniti, basti pensare che le leggi locali in materia di poteri di certificazione dei notaries public prevedono espressamente che colui che non sia anche avvocato non possa fornire consulenza giuridica né possa presentarsi al pubblico con una denominazione di “notaio” o “notaio pubblico” in lingua diversa da quella inglese (proprio per evitare, nei confronti di soggetti usi alla terminologia dei paesi latini, l’equivoco di trovarsi di fronte ad un professionista che non è solo un certificatore ma è anche giurista e consulente in grado di valutare e suggerire le possibili soluzioni da adottare nel caso concreto). Questi rilievi potranno essere meglio compresi solo che si guardino, a titolo d’esempio, i passi necessari per essere qualificato come notary public in Pennsylvania, tra cui spicca l’obbligo di tre ore di formazione[6]! Secondo quanto risulta dal Dipartimento di Stato della Pennsylvania[7], più di 85.000 (ottantacinquemila) sono le persone che rivestono il ruolo di “public notaries” nello Stato (che conta una popolazione di circa tredici milioni di abitanti). Si tratta spesso di dipendenti di enti pubblici e privati abilitati alla certificazione di sottoscrizioni, al ricevimento di dichiarazioni giurate o al rilascio di copie conformi di documenti, ma dichiaratamente non abilitati (a meno che non si tratti di avvocati) a prestare consulenza giuridica e a passare al vaglio di legalità l’atto che viene sottoscritto avanti a loro.

Ecco, allora, che facendo applicazione del principio di cui si è detto, quello della necessità di valutazione di “equivalenza funzionale”, anche e soprattutto tenendo conto del ruolo svolto dal soggetto certificatore (come bene espresso dalla citata norma spagnola), si potrà meglio valutare la effettiva possibilità di riconoscimento e di utilizzazione nel nostro sistema di un documento prodotto da un notary public statunitense. Potrà esserlo una procura, il cui contenuto sarà di regola semplice e chiaro (quando non direttamente predisposto da un legale che assiste le parti). Non sarà possibile dire lo stesso nel caso in cui ci si trovi di fronte ad atti negoziali più complessi, neppure se questi siano stati predisposti da un consulente abilitato, poiché sfuggirebbe al notary public anche la semplice possibilità di effettuarne un autonomo e indipendente controllo di legalità. Diverso sarà il caso dell’intervento di un legale che sia anche notary public.

Per altro verso, nella valutazione di equivalenza, è innegabile che occorre anche farsi carico del fatto che nei sistemi anglosassoni non esiste un sistema di documenti costituenti prove privilegiate (fino a querela di falso) da poter produrre in giudizio. Quindi non può parlarsi di atto pubblico (come pure fa la sentenza in commento) per il tipo di documento di cui era causa, nel senso di documento redatto da un soggetto investito di particolari pubblici poteri e con forza di prova privilegiata in giudizio. Occorre anche ammettere, allora, che il fatto che la nostra forma di atto pubblico costituisce una forma sconosciuta nel sistema di provenienza può rappresentare un elemento a favore del riconoscimento di certi documenti: se la forma è colà sconosciuta, ben dovremo accontentarci di quella che più le assomiglia e può surrogarla, a pena di non poter riconoscere alcun documento proveniente da quell’ordinamento come equivalente ai nostri[8].

La soluzione che si può ragionevolmente suggerire, sul punto, è quella di una valutazione caso per caso, tenuto conto dei principi che si sono detti e che si possono così sintetizzare: un documento proveniente dall’estero può validamente sostituire quello richiesto secondo la legge italiana quando la sua formazione – tenuto conto della qualità e del ruolo del suo autore e delle garanzie offerte dal procedimento seguito – garantisca un grado di certezza e legalità equivalente a quello richiesto nel nostro paese per la funzione svolta dal documento stesso.

Questo genere di valutazione, a ben guardare, è molto simile a quella che occorre fare quando si tratti di riconoscere in Italia una sentenza proveniente dall’estero. Si vedano le condizioni poste dall’art. 64 della nostra legge n. 218/1995: la sentenza è riconosciuta quando sia stata pronunciata da un giudice che, rispettando le proprie regole procedurali nazionali, abbia comunque agito secondo principi di competenza compatibili con l’ordinamento italiano, nel rispetto dei diritti della difesa, non sia in contraddizione con altra sentenza già pronunciata da un giudice italiano e – ovviamente – non produca effetti contrari all’ordine pubblico. Il parallelo per i documenti provenienti dall’estero è facile: saranno accettati quelli provenienti da chi è investito di adeguati poteri di certificazione della “autenticità” dell’atto[9] e che abbia svolto – se ritenuto dovuto nel caso concreto – una sufficiente consulenza giuridica alle parti intervenute, il cui contenuto non sia vietato dalla legge e i cui effetti non siano contrari all’ordine pubblico.

Si è già fatto cenno, inoltre, ad alcune imprecisioni che la sentenza in commento contiene, che potrebbero assumere anche la veste di pericolosi obiter dicta.

Innanzi tutto, l’accenno relativo alla necessità che la procura in parola, poiché destinata al compimento di un atto di trasferimento di immobile, dovesse assumere la forma di atto pubblico o di scrittura privata, andava meglio chiarito nel senso che vi era la necessità di un atto pubblico o di una scrittura privata autenticata, poiché l’atto doveva assumere in Italia la forma di un atto notarile (pubblico o privato autenticato) al fine della sua trascrizione nei registri immobiliari. Non sembri pleonastica la precisazione: in verità, la forma per un valido trasferimento immobiliare in Italia è semplicemente quella scritta, secondo le norme degli artt. 1350 e 1392 del c.c. L’intervento del notaio è richiesto ai fini della pubblicità dell’atto (forma integrativa o ad regularitatem), mentre un’alternativa potrebbe sempre essere quella di far riconoscere la scrittura in giudizio. L’aspetto può assumere carattere rilevante nell’ambito delle regole del diritto internazionale privato, creando l’equivoco che la forma richiesta dal secondo comma dell’art. 60 della l. 218/1995 sia semplicemente quella scritta, civilisticamente sufficiente, certo, ma non per il compimento dell’atto destinato alla pubblicità immobiliare in Italia. Quest’ultima, infatti, consente l’accesso solamente a titoli particolarmente qualificati in considerazione della necessità di certezza della loro provenienza e di legalità del loro contenuto. Le norme sulla nostra pubblicità immobiliare, quindi, possono a giusta ragione essere considerate norme di applicazione necessaria, ai sensi dell’art. 17 della l. 218/1995, che “in considerazione del loro oggetto e del loro scopo, debbono essere applicate nonostante il richiamo alla legge straniera”.

Altro accenno fuorviante (benché, probabilmente, dovuto ad un lapsus, posto che poco dopo pare contraddetto) è quello riferito alla natura della Apostille prevista dalla Convenzione dell’Aia del 5 ottobre 1961, laddove la Cassazione afferma che essa non costituisce una autenticazione della firma del pubblico ufficiale, mentre il testo stesso della convenzione, all’art. 5, prevede che “[l]’apostille est délivrée à la requête du signataire ou de tout porteur de l’acte. Dûment remplie, elle atteste la véracité de la signature, la qualité en laquelle le signataire de l’acte a agi et, le cas échéant, l’identité du sceau ou timbre dont cet acte est revêtu[10].

Dove, invece, la mancanza di chiarezza del testo può nuocere alla sua comprensione, nonché portare a risultati inaccettabili, è dato dalla affermazione che l’autenticazione della firma “per essere valida in Italia, doveva rispettare la disposizione di cui all’art. 2703 c.c.: il pubblico ufficiale deve accertare l’identità della persona che […] sottoscrive”, se con ciò si vuole dire, come appare dal seguito della decisione stessa, che elemento essenziale di tale accertamento è costituito dall’esatta indicazione della data di nascita del sottoscrittore. Già si è detto che – ferma restando la necessità di identificazione del soggetto che sottoscrive – le regole secondo le quali tale accertamento deve avvenire e, se del caso, essere menzionato nell’atto, sono rimesse alla legge che disciplina l’attività del soggetto certificatore. Non può la legge italiana imporre regole di formazione degli atti a funzionari o pubblici ufficiali stranieri.

Oltre a ciò, però, non possono sottacersi le ulteriori gravi perplessità che genera la soluzione in fine adottata dalla Corte, ove si afferma che l’errore di indicazione della data di nascita significa mancata verifica della identità personale della parte, quindi nullità dell’atto. Lascia invero sconcertati il solo immaginare che un errore nel riportare in atto la data di nascita di una delle parti comporti automaticamente accertamento della mancata verifica della sua identità personale. Ciò non soltanto in ragione del fatto che, nel caso concreto, era la legge della Pennsylvania che andava accertata e applicata (mentre di ciò non si fa parola nella decisone in commento), ma ancor di più se la conclusione è fatta discendere (come parrebbe dal ragionamento che sostiene la riferita conclusione) dalla applicazione della legge italiana. Tutto ciò senza alcun accenno ad una maggiore analisi del documento controverso, all’esame del suo complessivo contenuto, che avrebbe potuto anche comportare una lettura conservativa, dimenticando, così, anche ogni valutazione dei possibili rimedi destinati a correggere gli eventuali errori materiali dell’atto.

[1] Un primo commento di D. Boggiali in CNN Notizie del 22 luglio 2019 “Requisiti formali minimi delle procure estere (Cass., sez. II, sentenza 2 luglio 2019, n. 17713)”. In generale in argomento G. Aricò, Le procure provenienti dall’estero, consultabile qui e anche in Quaderni della Fondazione Italiana del Notariato, 2007, 2, p. 104 e ss; dello stesso autore Procure poste in essere in un ordinamento straniero, in Atti notarili, diritto comunitario e internazionale, Vol. 2, Trattato diretto da Preite, Torino, 2011, 514; più ampiamente sul tema degli atti provenienti dall’estero mi prendo la libertà di rinviare al mio Attuazione ed esecuzione forzata in Italia degli atti pubblici provenienti dall’estero, in Giurisdizione italiana efficacia di sentenze e atti stranieri, nel Trattato di Diritto Civile del Consiglio Nazionale del Notariato diretto da Pietro Perlingieri, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2007, p. 579 e ss.

[2] Così, ad esempio, Cass. 13 febbraio 2008, n. 3410; Cass. 22 maggio 2008, n. 13228; Cass 15 novembre 2017, n. 26951.

[3] Come, ad esempio, attestato dal notariato giapponese, in risposta al quesito posto da un notaio italiano: CNN risposta a quesito n. 105-2014/A, richiamato anche negli orientamenti del Comitato Notarile Triveneto, http://www.notaitriveneto.it/dettaglio-orientamenti-diritto-internazionale-233-procure-provenienti-dallestero—modalita-di-identificazione-del-rappresentante-e-del-rappresentato.html.

[4] L’insegnamento è autorevole e risalente: cfr. T. Ballarino, Forma degli atti e diritto internazionale privato, CEDAM, Padova, 1970, p. 83 e ss. La migliore e più incisiva illustrazione del principio illustrato si trova nella risoluzione dell’Institut de Droit International adottata nella sessione di Santiago del 2007 e che si può leggere all’indirizzo http://www.idi-iil.org/app/uploads/2017/06/2007_san_01_en.pdf, mentre il rapporto del prof. Erik Jayme che la accompagnava è consultabile all’indirizzo http://www.idi-iil.org/app/uploads/2017/06/Jayme.pdf.

[5]I documenti pubblici stranieri stragiudiziali potranno essere iscritti nei registri pubblici spagnoli se adempiono ai requisiti stabiliti nella specifica legislazione applicabile e sempre che l’autorità straniera sia intervenuta nel perfezionamento del documento svolgendo funzioni equivalenti a quelle espletate dalle autorità spagnole nella materia di cui si tratta e producano gli stessi o i più prossimi effetti nel paese di origine” [traduzione dell’autore].

[6] https://www.notary.org/Services/Become-a-Notary/APP-FT.html

[7] https://www.dos.pa.gov/OtherServices/Notaries/Pages/default.aspx

[8] T. Ballarino, op. cit., p. 95 e s.

[9] Aiuta nel definire il concetto quanto oggi previsto in numerosi regolamenti dell’Unione Europea in tema di circolazione degli atti pubblici nello spazio giuridico europeo (così, ad esempio, Reg. 650/2012 sulle successioni, Reg. 2016/1103 e 2016/1104 sui regimi matrimoniale e delle convivenze, Reg. 1111/2019 in materia matrimoniale e di responsabilità genitoriale, nei quali è contenuto un articolo di quasi identico tenore tra le definizioni: “‘atto pubblico’: un documento che sia stato formalmente redatto o registrato come atto pubblico in uno Stato membro in relazione alle materie rientranti nell’ambito di applicazione del presente regolamento e la cui autenticità: a) riguardi la firma e il contenuto dell’atto; e b) sia stata attestata da un’autorità pubblica o da altra autorità a tal fine autorizzata”.

 

[10]L’apostille è rilasciata a richiesta del firmatario o del portatore dell’atto. Quando dovutamente compilata, essa attesta l’autenticità della firma, la qualità nella quale l’autore dell’atto ha agito e, se del caso, l’identità del sigillo o del timbro portato dall’atto” [traduzione dell’autore].

Procure estere: la Cassazione perde una buona occasione ultima modifica: 2019-09-17T10:25:21+02:00 da Redazione Federnotizie

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La start up innovativa in liquidazione deve essere cancellata dal Registro delle Imprese

Mar, 09/10/2019 - 09:00

La delibera di scioglimento e liquidazione di una start up innovativa in forma di s.r.l. comporta l’obbligo di cancellazione della società dalla sezione speciale del Registro delle Imprese.

E’ questa la risposta del Ministero dello Sviluppo Economico del 27 maggio 2019 al quesito posto dalla Camera di Commercio di Pordenone-Udine.

 

Nel caso di specie, la Camera di Commercio di Pordenone-Udine, dopo aver ricevuto un verbale di scioglimento di una s.r.l. start up innovativa, aveva richiesto al MISE di pronunciarsi sulla possibile permanenza dell’iscrizione della start up nella sezione speciale del Registro delle Imprese (come auspicava la società, certa di riuscire a revocare lo stato di liquidazione entro pochi mesi) o sulla obbligatorietà di una pratica di cancellazione, nell’ipotesi di messa in liquidazione di una start up innovativa.

Il MISE, nel suo parere, ha precisato che affinché una start up innovativa sia iscritta nel Registro delle Imprese è necessario che sia attiva.

Quando una società entra nella fase di liquidazione, non svolge più la sua tradizionale attività economica ma si occupa della definizione dei rapporti sociali in essere.

In particolare, quando una start up innovativa si scioglie, blocca la fase di progettazione e produzione, per compiere, tutt’al più, l’attività di commercializzazione, al fine di una più produttiva liquidazione.

E’ chiaro, però, che la sola commercializzazione impedisce alla società di mantenere i requisiti di start up innovativa, essendo necessario, per tale qualificazione, l’esercizio congiunto dell’attività di sviluppo, produzione e commercializzazione di prodotti ad alto valore tecnologico, come previsto dall’art. 25, 2° comma, del d.l. 18 ottobre 2012 n.179.

Pertanto deve ritenersi che, deliberato lo scioglimento, la start up innovativa non possa restare iscritta nella sezione speciale del Registro delle Imprese.[1]

Il Ministero, tuttavia, ha previsto un’eccezione.

Durante la fase di liquidazione, i liquidatori possono compiere non solo atti conservativi, per conservare l’integrità e il valore del patrimonio sociale, ma anche nuove operazioni.

Essi possono quindi anche riprendere l’esercizio dell’attività aziendale, al fine di un migliore realizzo.

Il MISE ha evidenziato che, se la start up innovativa in liquidazione prosegue l’esercizio dell’attività imprenditoriale, può considerarsi ancora attiva e quindi può mantenere la sua iscrizione nella sezione speciale del Registro delle Imprese.

A tal fine, però, il Ministero richiede il rispetto di una formalità imprescindibile.

Difatti precisa che, per garantire l’iscrizione della società nel Registro delle Imprese, è necessaria una espressa indicazione relativa alla continuazione dell’attività nella delibera assembleare di scioglimento o nel modello S3 da inviare in Camera di Commercio. Diversamente, la start up dovrà essere cancellata per mancanza di presupposti su richiesta di parte o, in mancanza, d’ufficio.

La menzione formale è quindi fondamentale.

Attenzione però. Il MISE non pare aver aderito all’interpretazione strettamente letterale[2] dell’art. 2487 c.c., la quale considera essenziale la specificazione nella delibera assembleare degli atti, compresi quelli inerenti all’esercizio provvisorio dell’impresa, che possono essere compiuti dai liquidatori.

Il Mise difatti ritiene sufficiente anche una semplice menzione nel modello S3.

E’ però ugualmente vero che la posizione del MISE sembra lontana da quell’orientamento dottrinale[3] che considera la prosecuzione dell’attività imprenditoriale in costanza di liquidazione una competenza naturale e istituzionale dei liquidatori, ritenendo invece necessario che, nel momento deliberativo dello scioglimento o dell’adempimento pubblicitario, in qualche modo sia messa in evidenza la volontà di continuare l’attività aziendale.

[1] L’art. 25, 2° comma, del d.l. 18 ottobre 2012 n.179 prevede che la start up innovativa deve avere quale oggetto sociale esclusivo o prevalente, lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico. L’interpretazione letterale della disposizione suggerisce che debbano essere esercitate congiuntamente tutte le attività menzionate: lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi. S. Guizzardi, L’impresa start-up innovativa costituita in forma di s.r.l., in Giurisprudenza commerciale, 4, 2016, p.549; P. Benazzo, La s.r.l. start-up innovativa, in Nuove leggi civili commentate, 2013, p.111,

[2] A. De Vivo, Lo scioglimento e la liquidazione, in AA.VV., La nuova S.p.a. e la nuova S.r.l., Milano, 204, p.503; G. Niccolini, Gestione dellimpresa nella società in liquidazione: prime riflessioni sulla riforma, in Profili e problemi dell’amministrazione nella riforma delle società, a cura di G. Scognamiglio, Milano, 2003, p.187.

[3] F. Fimmanò, Scioglimento e liquidazione delle società di capitali, Milano, 2011, p.332; C. Pasquariello, Art. 2487, in A. Maffei Alberti, Commentario breve al diritto delle società, Milano, 2017, p.1581; Comitato Interregionale dei Consigli Notarili delle Tre Venezie, massima J.A.7 – (DETERMINAZIONE DEI POTERI DEI LIQUIDATORI – 1° pubbl. 9/04): “È legittima la deliberazione di nomina dei liquidatori di una società di capitali che non individui analiticamente i poteri attribuiti agli stessi nella fase di liquidazione ex art. 2487, lett. c), c.c., essendo sufficiente che oltre alla loro nomina provveda anche all’indicazione, se più di uno, delle regole di funzionamento dell’organo pluripersonale e dei poteri di rappresentanza. In tale ipotesi i liquidatori avranno i più ampi poteri, compresi quelli di porre in essere gli atti di cui alla lett. c) dell’art. 2487 c.c”

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Questioni in tema di certificato notarile ex art. 567 c.p.c. alla luce di recenti pronunce giurisprudenziali

Mar, 07/23/2019 - 10:37

La Corte di Cassazione in alcune recenti sentenze ha affrontato questioni di sicuro interesse (tra le quali quella dell’accettazione tacita dell’eredità)per il notaio chiamato a redigere il certificato notarile di cui al secondo comma dell’art. 567 c.p.c. nell’ambito delle procedure esecutive immobiliari.

Scopo del presente contributo è quello di analizzare la tematica della certificazione notarile alla luce di tali pronunce giurisprudenziali al fine di verificare se, ed entro quali limiti, le stesse possano incidere sulle prassi redazionali del certificato.

Normativa

L’attuale testo dell’art. 567 c.p.c. deriva da varie modifiche che si sono succedute nel tempo e, principalmente, da quelle apportate dall’art. 1 L. 3 agosto 1998 n. 302 e dall’art. 23 lett. e) n. 25 D.L. 14 marzo 2005 n. 35, convertito con la L. 14 maggio 2005 n. 80 e poi modificato dall’art. 13 lett. l) L. 28 dicembre 2005 n. 263.

A seguito delle predette modifiche, il secondo comma della norma dispone, come noto, che «il creditore che richiede la vendita deve provvedere, entro sessanta giorni dal deposito del ricorso, ad allegare allo stesso l’estratto del catasto, nonché i certificati delle iscrizioni e trascrizioni relative all’immobile pignorato effettuate nei venti anni anteriori alla trascrizione del pignoramento».

L’ultimo periodo del medesimo secondo comma prevede, poi, che «tale documentazione può essere sostituita da un certificato notarile attestante le risultanze delle visure catastali e dei registri immobiliari».

La stessa norma, inoltre, commina la sanzione per il caso di inadempimento a tale onere documentale.

Il terzo comma prevede, infatti, che, in caso di mancata consegna della documentazione, o, in caso di documentazione incompleta, «il giudice dell’esecuzione, anche d’ufficio, dichiara l’inefficacia del pignoramento relativamente all’immobile per il quale non è stata depositata la prescritta documentazione». La norma precisa, infine, che l’inefficacia è dichiarata con ordinanza, che il giudice dispone la cancellazione della trascrizione del pignoramento e dichiara anche l’estinzione del processo esecutivo se non vi sono altri beni pignorati.

Da notare che il testo del secondo comma previgente alla modifica del 2005, quale derivava dalla modifica apportata nel 1998 che per prima introduceva il certificato notarile, non prevedeva espressamente il limite temporale del ventennio anteriore alla trascrizione del pignoramento.

 Titolarità del bene oggetto della procedura esecutiva: distinzione tra profilo sostanziale e profilo processuale

La prima tematica che occorre affrontare nella presente indagine è quella relativa alla titolarità del bene oggetto di espropriazione ed alla distinzione che esiste, in questa materia, tra il profilo sostanziale ed il profilo processuale.

Sotto il profilo sostanziale, infatti, non vi è dubbio che il creditore possa pignorare esclusivamente i beni di titolarità del debitore o, eventualmente, i beni di titolarità del terzo cha abbia concesso garanzia a favore del debitore.

Tale principio si ricava dalla norma di carattere generale di cui all’art. 2470 c.c. ai sensi del quale, come noto, «il debitore risponde dell’adempimento delle obbligazioni con tutti i suoi beni presenti e futuri».

Tale principio trova, poi, conferma specifica all’art. 2910 c.c. ai sensi del quale «il creditore, per conseguire quanto gli è dovuto, può far espropriare i beni del debitore, secondo le regole stabilite dal codice di procedura civile. Possono essere espropriati anche i beni di un terzo quando sono vincolati a garanzia del credito o quando sono oggetto di un atto che è stato revocato perché compiuto in pregiudizio del creditore».

Da quanto sopra esposto deriva che, nel caso in cui sia pignorato, assegnato e trasferito un bene non di titolarità del debitore o del terzo garante, il vero titolare possa rivendicarlo contro l’assegnatario con conseguente applicazione della disciplina della evizione di cui all’art. 2927 c.c. ai sensi del quale «l’assegnatario, se subisce l’evizione della cosa, ha diritto di ripetere quanto ha pagato agli altri creditori, salva la responsabilità del creditore procedente per i danni e per le spese».

Il principio di carattere sostanziale sopra enunciato deve, tuttavia, adeguarsi alla necessità che il procedimento esecutivo si svolga in tempi non eccessivamente lunghi al fine di non frustrare la legittima aspettativa del creditore a vedere tempestivamente soddisfatto il proprio credito.

Ecco allora che il legislatore non ha previsto, nell’ambito del procedimento esecutivo, una necessaria fase cognitiva di accertamento della effettiva titolarità del diritto pignorato, fase cognitiva che può aprirsi solo in seguito all’esperimento di opposizioni alla esecuzione o agli atti esecutivi ed è, pertanto, solo eventuale.

Il legislatore, al contrario, ha configurato, all’art. 567 c.p.c., un controllo meramente sommario della appartenenza del bene al debitore esecutato o al terzo garante.

Quanto sopra esposto è confermato dalla stessa Cassazione con la sentenza n. 15597/2019 che ha chiarito come «il legislatore del processo espropriativo non ha richiesto che in sede esecutiva si desse luogo a un compiuto accertamento della proprietà (ovvero titolarità) dell’esecutato».

Più precisamente, continua la Cassazione, «la verifica della titolarità dei beni è formale, per indici documentali, e non sostanziale, essendo autoevidente che l’accertamento giudiziale dell’appartenenza del bene all’esecutato non costituisce presupposto dell’espropriazione forzata e il decreto di trasferimento a valle non contiene quell’accertamento» (confronta anche sentenza Cassazione n. 11090/93, in motivazione).

Nell’ambito del procedimento esecutivo è, allora, sufficiente una dimostrazione solo presuntiva e formale della appartenenza del bene mediante esibizione delle sole risultanze delle indagini al catasto e ai registri immobiliari.

L’esigenza di rapidità della procedura esecutiva ha, quindi, portato il legislatore, da una parte, a ridurre al minimo gli accertamenti che il giudice della esecuzione è chiamato a porre in essere e, dall’altra, ad una rigorosa tipizzazione dei mezzi di prova che il creditore deve utilizzare per dimostrare l’appartenenza dell’immobile all’esecutato, contemplando, quali soli mezzi per fornire tale dimostrazione presuntiva, l’estratto del catasto e i certificati delle iscrizioni e trascrizioni relative all’immobile pignorato nei venti anni anteriori alla trascrizione del pignoramento o, in alternativa, la certificazione notarile.

La rigida tipizzazione dei mezzi di prova deve condurre a fare ritenere che il creditore procedente non possa fornire al giudice della esecuzione la prova della titolarità del bene con mezzi diversi e alternativi rispetto a quelli espressamente indicati dalla norma.

Il processo esecutivo, finalizzato al recupero crediti ed alla tutela immediata del creditore, risponde, allora, ai criteri della sommarietà, della tempestività e dell’attuazione del diritto indipendentemente da ogni accertamento cognitivo.

L’estratto del catasto e i certificati delle iscrizioni e trascrizioni

Il legislatore, come abbiamo visto, ha tipizzato in modo rigoroso i documenti che devono essere allegati dal creditore procedente.

Secondo orientamento consolidato, l’esibizione di tale documentazione assolve ad una pluralità di funzioni.

L’estratto del catasto avrebbe lo scopo di consentire la corretta identificazione dell’immobile sia nel decreto di trasferimento che nella relativa nota di trascrizione.

I certificati delle iscrizioni relative all’immobile pignorato avrebbero la funzione di consentire la individuazione dei creditori iscritti che, ai sensi dell’art. 498 c.p.c., devono essere avvertiti dell’espropriazione.

I certificati delle trascrizioni avrebbero, infine, la funzione di evidenziare l’esistenza di eventuali diritti reali o personali di godimento costituiti a favore di terzi, l’esistenza di eventuali domande giudiziali e l’esistenza di eventuali vincoli opponibili al creditore procedente e, quindi, anche all’assegnatario del bene pignorato.

I certificati delle trascrizioni dovrebbero, inoltre, svolgere un ruolo ulteriore: quello di consentire al giudice della esecuzione di verificare che il debitore esecutato abbia a suo favore una serie continua di trascrizioni che consenta di ritenerlo, sia pure sotto il profilo strettamente pubblicitario, titolare del diritto pignorato.

A tale ultimo fine occorre che i certificati delle trascrizioni allegati non siano solo quelli “contro” il soggetto esecutato o i suoi danti causa, ma anche quelli a loro “favore”.

Doveri e poteri del giudice della esecuzione ex art. 567 c.p.c.

Come abbiamo visto, il processo esecutivo è improntato ai criteri della sommarietà, della tempestività e dell’attuazione del diritto indipendentemente da ogni accertamento cognitivo.

Il giudice dell’esecuzione avrà, quindi, il potere ed il dovere di verificare l’esistenza di un valido titolo esecutivo e delle relative notifiche richieste dalla legge, la trascrizione del pignoramento e la regolarità della documentazione allegata ai sensi dell’art. 567 c.p.c.

In relazione a tale ultima documentazione, il giudice dovrà, allora, accertare che la stessa sia tempestivamente allegata, sia completa sia sotto il profilo oggettivo che sotto il profilo temporale, vale a dire che sia relativa a tutti i beni oggetto della istanza di vendita e che copra il ventennio anteriore alla trascrizione del pignoramento, e, infine, che dalla stessa non emergano situazioni patologiche che possano compromettere il risultato finale del processo esecutivo.

Con la sentenza n. 2044/2017, la Cassazione ha, infatti, precisato che «nel caso in cui il giudice rinvenga vizi nella documentazione allegata tali da determinare il rischio che la vendita per la quale si è presentata istanza sia ab origine caduca e quindi tale da riversare sul potenziale aggiudicatario un’interminabile serie di problemi particolarmente complessi, per fare fronte ai quali è obiettivamente aleatoria la garanzia per evizione» il giudice dovrà far derivare da tali vizi «la conseguenza della non proseguibilità del processo esecutivo».

Nella medesima sentenza la Cassazione precisa, poi, che i poteri di controllo del giudice della esecuzione sono poteri esercitabili anche d’ufficio.

Chiarisce, infatti, la Cassazione che, nella particolare struttura del processo esecutivo, «l’istituzionale carenza di contraddittorio in senso tecnico per l’assenza di controversie in punto di diritto (salvi gli incidenti cognitivi costituiti soprattutto dalle opposizioni), in uno alla altrettanto istituzionale soggezione processuale di uno dei due soggetti necessari, e cioè del debitore, all’altro, cui è riconosciuto il potere di impulso e cioè al creditore, devono essere compensate da una più intensa potestà di verifica anche formale della sussistenza di condizioni e presupposti per la corrispondenza del processo stesso alla sua funzione».

«Tale accentuato ruolo di controllo del giudice dell’esecuzione», prosegue la Cassazione, «è funzionale al superiore interesse della regolarità delle operazioni dell’ufficio giurisdizionale, dal quale gli estranei sollecitati a coinvolgersi nel processo, come i potenziali aggiudicatari, peraltro indispensabili affinché l’espropriazione si completi, devono potersi attendere affidabilità ed attendibilità».

Il giudice della esecuzione non avrà, invece, alcun dovere di accertamento in relazione alla effettiva esistenza del diritto di credito risultante dal titolo esecutivo, né, come abbiamo già visto, in relazione all’effettiva appartenenza dei beni pignorati se non, in via presuntiva, sulla base delle risultanze dei pubblici registri immobiliari.

Precisato, peraltro, che non compete al giudice la risoluzione di alcuna controversia o l’espletamento di indagini particolari, proprie le une e le altre del giudizio di cognizione a parti contrapposte, è tuttavia «doveroso per il giudice rilevare, quando essa risulti ictu oculi, la carenza radicale delle condizioni dell’azione o dei presupposti processuali».

Segue: la continuità delle trascrizioni

Tra i compiti affidati al giudice della esecuzione dall’art. 567 c.p.c. rientra, certamente, quello di verificare che siano state debitamente curate tutte le trascrizioni nei registri immobiliari degli atti di provenienza nel ventennio anteriore alla trascrizione del pignoramento.

Al riguardo si ricorda che, ai sensi dell’art. 2650 c.c., «nei casi in cui, per le disposizioni precedenti, un atto di acquisto è soggetto a trascrizione, le successive trascrizioni o iscrizioni a carico dell’acquirente non producono effetto, se non è stato trascritto l’atto anteriore di acquisto» e che, sempre secondo quanto dispone la norma, «quando l’atto anteriore di acquisto è stato trascritto, le successive trascrizioni o iscrizioni producono effetto secondo il loro ordine rispettivo, salvo il disposto dell’art. 2644».

In relazione a tale norma occorre sottolineare, come chiarito dalla Cassazione con la sentenza 11638/2014, che l’art. 2650 c.c. «non può non operare, anche nell’ambito del procedimento esecutivo, in tutta intera la sua portata» e, pertanto, se non è stato correttamente trascritto un passaggio nel ventennio anteriore alla trascrizione del pignoramento, «le trascrizioni ed iscrizioni successive, compresa la trascrizione del pignoramento, non producono effetto a carico dell’acquirente successivo, ai sensi dell’art. 2650, comma 1; ma se, ai sensi dell’art. 2650, comma 2, la continuità viene ripristinata, le successive trascrizioni ed iscrizioni producono effetto secondo il loro ordine rispettivo».

La stessa Corte di Cassazione, con la già citata sentenza del 2019, chiarisce, quindi, che compete al giudice della esecuzione di «verificare se vi sia continuità delle trascrizioni e, dunque, possibilità di presumere operanti – nella limitata prospettiva della ragionevole affidabilità della vendita – le regole in tema di prescrizione acquisitiva in favore dell’esecutato o di quella estintiva in relazione ad eventuali iscrizioni pregiudizievoli».

Occorre, poi, sottolineare che, anche in questo ambito, il controllo del giudice deve essere esercitato d’ufficio.

La Cassazione, con la citata sentenza n. 11638/2014, ha, infatti, precisato che «non può essere seguito, in materia di processo esecutivo, l’orientamento giurisprudenziale formatosi con riferimento all’art. 2644 c.c., per il quale il difetto di trascrizione di un atto non è rilevabile di ufficio, ma deve essere eccepito dalla parte interessata a farlo valere in proprio favore» (confronta anche Cassazione n. 1105/1978, n. 994/1981 e n. 11812/2011).

«Nel processo esecutivo», continua la Cassazione, «spetta al giudice dell’esecuzione verificare, d’ufficio, la titolarità, in capo al debitore esecutato, del diritto reale pignorato sul bene immobile, mediante l’esame della documentazione depositata dal creditore procedente ovvero integrata per ordine dello stesso giudice ai sensi dell’art. 567 c.p.c., dalla quale deve risultare la trascrizione di un titolo di acquisto in suo favore».

Segue: la trascrizione della accettazione di eredità

Il tema della continuità delle trascrizioni esposto al paragrafo precedente pone l’esigenza di affrontare anche il connesso tema della trascrizione della accettazione di eredità ai sensi dell’art. 2648 c.c. e della rilevanza di tale trascrizione nell’ambito del processo esecutivo.

Il tema è stato affrontato dalla Cassazione con la già citata sentenza n. 11638/2014 nella quale si afferma che, nel caso in cui sia sottoposto a pignoramento un bene immobile del quale il creditore procedente assuma la titolarità in capo al debitore esecutato per acquisto fattone in qualità di erede, la verifica d’ufficio da parte del giudice deve avere ad oggetto anche la trascrizione dell’accettazione espressa o tacita dell’eredità.

L’art. 2648 comma secondo c.c., come noto, prevede che la trascrizione dell’accettazione espressa dell’eredità si opera in base alla dichiarazione del chiamato contenuta in un atto pubblico ovvero in una scrittura privata con sottoscrizione autenticata o accertata giudizialmente.

Se l’accettazione espressa è stata trascritta a favore dell’erede, poi assoggettato ad esecuzione, prima della trascrizione del pignoramento, la verifica, in sede esecutiva, avrà esito positivo, e non si porrà questione alcuna.

Lo stesso vale nel caso in cui risulti già trascritta, prima del pignormaento, la accettazione tacita di eredità ai sensi dell’art. 2648 comma 3 c.c. a seguito, ad esempio, di precedente alienazione da parte del debitore di altro bene immobile proveniente dalla medesima eredità.

Peraltro, ai sensi di tale norma, qualora il chiamato abbia compiuto uno degli atti che importano accettazione tacita dell’eredità, chiunque potrà richiederne la trascrizione purché tale atto risulti da sentenza, da atto pubblico o da scrittura privata con sottoscrizione autenticata o accertata giudizialmente.

Chiarisce, infatti, la Cassazione che «non vi sono dubbi che la richiesta di trascrizione possa provenire anche dal creditore di colui che abbia assunto la qualità di erede accettando tacitamente mediante atto che rivesta le forme anzidette».

Quindi, se in astratto, ciò che rileva perché il processo esecutivo possa concludersi con una vendita coattiva valida ed efficace è che il soggetto esecutato abbia, accettando l’eredità, acquisito la titolarità del diritto reale sul bene pignorato; per assicurare, in concreto, la stabilità della vendita coattiva è necessario che sia curata la relativa trascrizione.

Avuto riguardo al disposto dell’art. 534 c.c. e dell’art. 2652 comma 1 n. 7 c.c., la trascrizione dell’acquisto mortis causa è, inoltre, rilevante per dirimere l’eventuale conflitto tra gli aventi causa dall’erede vero e gli aventi causa dall’erede apparente.

Se il debitore esecutato è il vero erede, la trascrizione del suo acquisto mortis causa preserva l’acquisto dell’aggiudicatario da eventuali diritti vantati da terzi che abbiano acquistato dall’erede apparente.

Con la trascrizione dell’accettazione, l’aggiudicatario è, poi, tutelato anche nel caso in cui sia l’espropriato ad essere erede apparente, perché l’acquisto coattivo prevale sull’acquisto dall’erede vero, alle condizioni previste dall’art. 534 comma 3 c.c., ovvero, nel caso in cui la norma non si ritenga applicabile (essendo la questione controversa in dottrina e giurisprudenza: confronta Cassazione n. 1048/1995), quanto meno alle condizioni previste dall’art. 2652 comma 1 n. 7 c.c.

La Cassazione precisa poi che, «dal momento che la funzione principale che la trascrizione dell’acquisto mortis causa in capo all’esecutato assolve nell’espropriazione immobiliare è quella di tutelare l’acquisto dell’aggiudicatario, garantendone la stabilità in caso di conflitto con gli aventi causa dall’erede apparente (nel caso in cui l’esecutato sia il vero erede) o dall’erede vero (nel caso in cui l’esecutato sia erede apparente), la trascrizione non è un presupposto processuale che deve esistere nel momento di avvio dell’azione esecutiva, potendo anche sopravvenire, purché prima della vendita coattiva. Con la precisazione, peraltro, che, in mancanza, questa vendita, a processo esecutivo concluso, non sarà in sé invalida né inefficace, ma assoggettabile ad evizione, con gli effetti di cui all’art. 2921 c.c., e fatta sempre salva la possibilità di ripristinare la continuità delle trascrizioni con effetto retroattivo ai sensi dell’art. 2650 c.c., comma 2, senza alcun limite temporale».

A parere della Cassazione non è, quindi, necessario che la trascrizione della accettazione della eredità preceda la trascrizione del pignoramento. Occorre, tuttavia, che tale trascrizione sia curata prima della vendita al fine di assicurare «il rispetto del principio della continuità delle trascrizioni di cui all’art. 2650 c.c. (confronta Cassazione n. 1048/1995, in motivazione)».

Perciò, chiarisce la Cassazione, una volta trascritta l’accettazione di eredità e ripristinata la continuità delle trascrizioni, pur dopo la trascrizione del pignoramento, questo mantiene i suoi effetti e la trascrizione del successivo decreto di trasferimento avrà, a sua volta, effetto contro coloro che abbiano iscritto o trascritto diritti in epoca successiva alla trascrizione del pignoramento.

La Cassazione conclude, quindi, precisando che «qualora l’accettazione non sia stata trascritta dall’erede, ma vi sia un atto da cui risulti un’accettazione tacita di eredità, ai sensi dell’art. 476 c.c., potrà procedere alla sua trascrizione il creditore pignorante, anche dopo la trascrizione del pignoramento, ma prima della vendita» esibendo al conservatore il titolo formale da cui risulta l’atto comportante accettazione.

E’ evidente, tuttavia, che ciò potrà accadere nel solo caso in cui sia già stato perfezionato dall’erede un atto trascrivibile ai sensi dell’art. 2648 comma 3 c.c., cioè quando la accettazione tacita già risulta da atto pubblico o da scrittura privata autenticata, ancorché riferito ad un bene dell’eredità diverso da quello pignorato.

Discorso diverso occorre fare in relazione agli atti che, pur comportando accettazione tacita dell’eredità, non siano contenuti in un atto pubblico o in una scrittura privata autenticata.

In tali casi non si potrà procedere immediatamente alla trascrizione dell’accettazione in quanto questa sarà possibile soltanto a seguito di sentenza che accerti l’avvenuto acquisto della qualità di erede.

Del pari occorre considerare le ipotesi in cui l’acquisto della qualità di erede consegue ai fatti di cui all’art. 485 c.c. (possesso dei beni ereditari non seguito da inventario o dalla dichiarazione a norma dell’art. 484) ovvero a quelli di cui all’art. 527 c.c. (sottrazione di beni ereditari).

Anche in tali circostanze, mancando un atto trascrivibile ai sensi dell’art. 2648 c.c., la trascrizione dell’acquisto mortis causa presuppone che intervenga una sentenza che accerti l’acquisto della qualità di erede.

È del tutto evidente, infine, che non potrà essere il decreto di trasferimento della proprietà all’assegnatario il titolo per validamente trascrivere l’accettazione tacita di eredità a favore del debitore esecutato, posto che si tratta di trasferimento coattivo che prescinde dalla volontà del debitore chiamato alla eredità.

 Ulteriori poteri ordinatori del giudice della esecuzione

Oltre ai poteri e doveri sopra indicati e derivanti direttamente dall’art. 567 c.p.c., la giurisprudenza riconosce al giudice della esecuzione ulteriori e diversi poteri di carattere ordinatorio.

Al riguardo pare utile richiamare ancora la sentenza di Cassazione n. 2044/2017 nella quale si afferma la piena legittimità dell’esercizio di poteri organizzatori da parte del giudice della esecuzione con facoltà, per lo stesso, di fissare al creditore procedente termini entro i quali esibire i documenti ritenuti necessari o utili alla procedura.

La Corte precisa che la potestà del giudice di fissare un termine per ordinare la relativa attività e consentire l’ordinato e coerente sviluppo del processo trova fondamento nell’art. 152 c.p.c., da interpretarsi nel senso che solo il termine perentorio può essere dal giudice fissato a pena di decadenza, mentre gli altri termini, ordinatori o acceleratori o dilatori, ben possono ricondursi alla sua generale potestà di direzione del processo, riconosciutagli, nel processo esecutivo, dal richiamo all’art. 175 c.p.c. operato dall’art. 484 c.p.c.

Pertanto, nella considerazione della Corte, del tutto legittimamente il giudice della esecuzione esercita i poteri intesi al più sollecito e leale svolgimento del procedimento, fissando, tra l’altro, i termini entro i quali le parti debbono compiere gli atti processuali.

La Cassazione prosegue, poi, configurando, a complemento funzionale del potere generale del giudice, un autentico dovere di cooperazione in capo ai soggetti coinvolti nel processo esecutivo, in applicazione del generale dovere di lealtà processuale consacrato dall’art. 88 c.p.c., che si estrinseca in un’attività di somministrazione dei documenti indispensabili per la celere definizione della relativa fase processuale, onde evitare il rischio che una volontaria contraria condotta comporti l’irragionevole protrazione della durata del processo esecutivo.

Al giudice della esecuzione sono, pertanto, riconosciuti poteri più ampi rispetto a quelli tipizzati nell’art. 567 c.p.c. e, ferma restando la essenziale sommarietà degli accertamenti nell’ambito del procedimento esecutivo, al giudice della esecuzione è riconosciuto anche il potere di richiedere al creditore l’allegazione di documenti ulteriori rispetto a quelli previsti dalla norma codicistica.

In relazione alla documentazione integrativa eventualmente richiesta dal giudice e al termine dallo stesso fissato per la sua esibizione deve, secondo la stessa Cassazione, essere comunque fatta salva, in applicazione di principi generali dell’ordinamento desumibili dall’art. 153 secondo comma c.p.c., «l’ipotesi di impossibilità incolpevole di rispetto del termine fissato dal giudice, come pure ogni questione sull’utile esercizio del potere di revoca dei propri provvedimenti».

Segue: la richiesta di documentazione ulteriore

Chiarita la distinzione tra quanto testualmente richiesto dall’art. 567 c.p.c. e quanto può essere richiesto dal giudice della esecuzione nell’esercizio dei suoi poteri ordinatori, occorre analizzare la recente sentenza della Cassazione n. 15597/2019.

La Cassazione premette che lo scopo attribuibile all’art. 567 c.p.c. «non può essere che quello di garantire, con un grado di ragionevole probabilità, che l’espropriazione sia condotta su beni dell’esecutato, correttamente individuati quanto ai diritti spettanti sui medesimi all’esecutato stesso, e quanto ai relativi pesi, quali tipicamente le ipoteche, su tali beni (ovvero diritti)».

Da tale affermazione la Cassazione fa discendere che, «in carenza di prova che l’ultimo atto antecedente al ventennio fosse idoneamente ovvero prioritariamente trascritto a favore dell’esecutato, i certificati delle iscrizioni e trascrizioni contro la sua persona non avrebbero concludenza».

Continua la Cassazione sostenendo che «se, pur essendo l’atto di acquisto anteriore al ventennio idoneamente trascritto a favore dell’esecutato, questi avesse prima del ventennio, in tutto o in parte, disposto del diritto con idonea trascrizione della disposizione anch’essa anteriore al ventennio, si avrebbe che per i certificati relativi al solo ventennio l’esecutato risulterebbe ancora titolare dell’intero diritto pignorato», mentre così, evidentemente, non sarebbe.

Viene, allora, chiarito che «il Collegio non condivide l’opinione ai termini della quale, a seguito delle riforme sopra più volte ricordate, la lettera della legge, per come modificata con il richiamo ai certificati delle iscrizioni e trascrizioni effettuate nei venti anni anteriori alla trascrizione del pignoramento, sarebbe tale da indurre a ritenere sufficiente la certificazione ventennale, quale mero presupposto processuale di per sé solo idoneo a consentire di mettere in vendita i beni oggetto di pignoramento».

Per la Corte occorre fare di più, e, precisamente, occorre «risalire all’ultimo acquisto, idoneamente trascritto, anteriore al ventennio, a favore dell’esecutato o dei suoi danti causa», il tutto al fine di «dare un grado di conducente attendibilità alle risultanze infraventennali cui, per sintesi legislativa, si è riferito il legislatore».

Il giudice della esecuzione deve, allora, «acquisire la documentazione che consenta di risalire all’atto di acquisto anteriore al ventennio, in estrinsecazione dei consueti poteri ordinatori del giudice dell’esecuzione in merito alle verifiche preliminari all’accoglimento dell’istanza di vendita».

La Corte riconduce pertanto la acquisizione della ulteriore documentazione, non direttamente nell’ambito applicativo della norma codicistica, ma nell’ambito dei poteri ordinatori che, come abbiamo visto al precedente paragrafo, sono riconosciuti al giudice della esecuzione.

Nella consapevolezza che un tale dovere non può discendere direttamente dalla norma codicistica che, al contrario, delimita con esattezza la natura dei documenti che devono essere allegati e l’ambito temporale della indagine, limitando espressamente quest’ultimo ai soli venti anni anteriori alla trascrizione del pignoramento, la Cassazione precisa subito che tali poteri ordinatori non rientrano tra «quelli tipizzati dall’art. 567 cod. proc. civ.».

La stessa Cassazione riconosce, infatti, che «è un dato positivo quello per cui è necessario depositare, nel termine perentorio stabilito, i certificati delle iscrizioni e trascrizioni relative all’immobile pignorato effettuate nei venti anni anteriori alla trascrizione del pignoramento».

Occorre, quindi, sottolineare che la Cassazione non amplia in alcun modo l’ambito applicativo dell’art. 567 c.p.c., ma, al contrario, appare ben consapevole dei limiti entro i quali tale norma pone a carico del creditore l’onere documentale e, conseguentemente, inquadra la richiesta da parte del giudice di una documentazione ulteriore nell’ambito dei suoi poteri ordinatori ai sensi degli artt. 484, 152 e 154 c.p.c.

In relazione al termine che il giudice dovesse fissare per la esibizione di documentazione ulteriore rispetto a quella espressamente contemplata dall’art. 567 c.p.c., allora, «il creditore procedente potrà, come logico e in applicazione dei generali principi in tema di rimessione in termini in ipotesi di causa non imputabile, dimostrare l’impossibilità incolpevole della produzione della documentazione».

Per quanto sopra esposto deve, poi, ritenersi che, in relazione alla richiesta di documentazione ulteriore, non possa trovare applicazione il termine di cui al secondo comma dell’art. 567 c.p.c. in quanto, come anche la Cassazione ha chiarito nella sentenza n. 4543/2016, «la norma prevede determinati termini esclusivamente per la produzione della certificazione ipotecaria e catastale e dell’eventuale certificazione notarile sostitutiva non essendo pertanto certamente applicabile in relazione al deposito di altri documenti, pur se necessari ai fini dell’utile procedibilità della azione esecutiva».

In conclusione, occorre affermare che l’ordine di esibire documenti ulteriori, quali quelli precedenti al ventennio anteriore alla trascrizione del pignoramento, non è imposto dall’art. 567 c.p.c., pur trovando la sua giustificazione nella ratio di tale norma, e, pertanto, da una parte, il termine entro cui occorre esibire tali documenti non è quello previsto dalla norma codicistica, ma è quello fissato dal giudice dell’esecuzione nell’esercizio dei suoi poteri ordinatori e, dall’altra, la sanzione per la mancata esibizione della documentazione richiesta non potrà essere quella tipica prevista dal terzo comma della norma codicistica.

 Il terzo comma dell’art. 567 c.p.c. e le altre ipotesi di chiusura anticipata del processo

Come già sopra indicato, il terzo comma dell’art. 567 c.p.c. prevede che, in caso di mancata o incompleta consegna della documentazione richiesta dal secondo comma, «il giudice dell’esecuzione, anche d’ufficio, dichiara l’inefficacia del pignoramento relativamente all’immobile per il quale non è stata depositata la prescritta documentazione».

Nel caso di pignoramento relativo a una pluralità di beni, quindi, la norma circoscrive la possibilità per il giudice di dichiarare l’inefficacia del pignoramento soltanto a quello o a quegli immobili pignorati per i quali non sia adempiuto l’obbligo documentale (così anche Cassazione sentenza n. 24354/2015).

Occorre, poi, tenere distinta la sanzione per la violazione dell’onere documentale imposto dall’art. 567 c.p.c. da quella per il mancato ottemperamento alle ulteriori disposizioni ordinatorie impartite dal giudice della esecuzione.

Come afferma la stessa Cassazione nella citata sentenza del 2019, infatti, «solo se il creditore non fornisca, neppure nel termine fissato ex art. 567, terzo comma, cod. proc. civ., la certificazione del ventennio letteralmente richiamata, l’estinzione sarà tipica».

In tutti gli altri casi nei quali il creditore, pur avendo tempestivamente fornito la documentazione espressamente prevista dalla norma codicistica, non ottemperi a una ulteriore richiesta di integrazione documentale da parte del giudice della esecuzione rientrante nell’esercizio dei suoi poteri ordinatori, si ricadrà, invece, nell’ambito applicativo dei già richiamati artt. 484 e 175 c.p.c. e, quindi, pur potendo tale omissione determinare la chiusura anticipata del processo esecutivo, l’estinzione del procedimento non potrà mai essere pronunciata ai sensi del terzo comma dell’art. 567 c.p.c.

Si tratterrà, come riconosciuto dalla stessa Cassazione, di una di quelle «ipotesi qualificate in dottrina come di chiusura anticipata del processo esecutivo».

D’altra parte, come riconosciuto dalla Cassazione con la sentenza n. 2043/2017, «rientra, invero, di certo nei poteri ufficiosi del giudice dell’esecuzione il riscontro delle imprescindibili condizioni dell’azione esecutiva e presupposti del processo esecutivo, quelli cioè in mancanza dei quali quest’ultimo non può con ogni evidenza proseguire o raggiungere alcuno dei suoi fini istituzionali e va chiuso anticipatamente, al di là e a prescindere di ogni espressa previsione normativa di estinzione».

In argomento pare utile fare riferimento anche alla sentenza della Cassazione n. 9501/2016 ove viene affermato che «le ipotesi di estinzione c.d. atipica, più correntemente definite di chiusura anticipata, non solo costituiscono oggetto ormai di disposizioni positive del codice di rito, che quest’ultimo istituto in modo espresso presuppongono, ma ineriscono necessariamente alla struttura stessa del processo esecutivo, al di là delle espresse previsioni di estinzione, accomunando tutti i casi in cui questo non può proseguire o raggiungere alcuno dei suoi fini istituzionali: ora per difetto di presupposti processuali, ora per mancanza di condizioni dell’azione esecutiva, ora perfino per qualsiasi fatto sopravvenuto che rende impossibile l’ulteriore sviluppo del processo».

Continua la Cassazione precisando che «In tutti questi casi, si tratti di estinzione tipica oppure, al contrario, di improseguibilità o improcedibilità o chiusura anticipata o estinzione atipica che dir si voglia, è inevitabile che, proprio perché il processo esecutivo non è in grado di raggiungere alcun risultato, si impartisca anche l’ordine di cancellazione del pignoramento: visto che idoneo complemento del pignoramento è la formalità pubblicitaria suddetta, è coessenziale al venir meno dell’efficacia del primo che venga meno l’efficacia della seconda».

Il contenuto essenziale del certificato notarile ex art. 567 c.p.c.

Alla luce di quanto sopra esposto possiamo, ora, valutare quale debba essere il contenuto della certificazione che il notaio è chiamato a redigere ai sensi dell’art. 567 c.p.c.

Secondo la formulazione letterale della norma il certificato notarile deve attestare «le risultanze delle visure catastali e dei registri immobiliari».

Viene, pertanto, confermata una delle caratteristiche essenziali del procedimento esecutivo che, come abbiamo visto, si basa sulla acquisizione di una documentazione pubblicitaria indiziaria della appartenenza prescindendo, invece, dal completo accertamento della reale titolarità del bene pignorato.

Il notaio può, allora, legittimamente limitarsi ad eseguire le indagini al catasto e ai registri immobiliari riportandone le risultanze nel documento, senza dover fare altri accertamenti finalizzati a certificare la reale titolarità del diritto.

Al certificato notarile, infatti, non è demandato il compito di attestare la proprietà in capo all’esecutato dell’immobile pignorato, ma è demandato il compito, più limitato e coerente con la struttura del procedimento esecutivo, di rendere evidenti al giudice della esecuzione le risultanze delle visure catastali e dei registri immobiliari.

Il certificato svolge, quindi, funzione meramente ricognitiva dello stato giuridico del bene oggetto di esecuzione nei soli termini risultanti dai pubblici registri (così Tribunale Civitavecchia 5 settembre 2008).

Il notaio dovrà, quindi, evidenziare nel certificato eventuali vizi che dovesse riscontrare nelle note di trascrizione o di iscrizione, così come nei classamenti e nelle intestazioni catastali e dovrà evidenziare al giudice la eventuale mancanza di trascrizioni necessarie al fine di garantire la continuità richiesta dall’art. 2650 c.c.

Il certificato notarile attestante le risultanze delle visure catastali e dei registri immobiliari è, come abbiamo visto, equiparato per legge all’estratto del catasto, nonché ai certificati delle iscrizioni e trascrizioni.

Stante tale equiparazione, non può che considerarsi applicabile anche al certificato notarile il limite temporale del ventennio anteriore alla trascrizione del pignoramento previsto dalla norma in relazione ai documenti rilasciati dalla conservatoria dei registri immobiliari.

Il notaio potrà, allora, legittimamente limitarsi ad indagare i registri immobiliari nel solo ambito temporale normativamente previsto.

Quanto sopra affermato deve essere ribadito tenendo conto, in particolare, che l’assunzione di ulteriori documenti o l’estensione temporale della indagine oltre al ventennio potrebbero richiedere tempi lunghi e potrebbero, pertanto, determinare violazione del termine stabilito dall’art. 567 c.p.c. per la presentazione della certificazione notarile.

Il notaio ben potrà, allora, limitarsi a certificare solo quanto strettamente richiesto dalla norma codicistica e la tempestiva allegazione di una tale certificazione notarile dovrà comunque essere ritenuta sufficiente ad impedire la pronuncia di inefficacia del pignoramento ai sensi del terzo comma dell’art. 567 c.p.c.

 Il contenuto ulteriore ed eventuale del certificato notarile

Fermo restando quanto precisato nel paragrafo precedente in relazione al contenuto essenziale del certificato notarile ex art. 567 c.p.c., occorre chiedersi se sia possibile, per il notaio, integrare tale certificato con informazioni ulteriori rispetto a quelle imposte dalla norma codicistica.

Dal testo dell’art. 567 c.p.c. non sembra che si possa desumere un divieto, per il notaio, di inserire nel certificato ulteriori informazioni sul bene pignorato.

Tale norma, infatti, sembra imporre quello che deve essere ritenuto il contenuto minimo della certificazione notarile, ma non contiene alcun divieto in relazione alla sua eventuale integrazione.

In presenza di una richiesta in tale senso da parte del creditore, magari perché a sua volta così richiesto dal giudice della esecuzione nell’esercizio dei suoi poteri ordinatori, il notaio potrà, allora, procedere ad indagini ulteriori riportandone l’esito nella sua certificazione.

L’eventuale inottemperanza a tale richiesta di integrazione non potrà, però, essere sanzionata ai sensi del comma terzo del l’art. 567 c.p.c. in quanto tale sanzione può essere applicata nel solo caso in cui la certificazione notarile allegata non contenga neanche gli elementi essenziali indicati al paragrafo precedente.

In relazione al contenuto ulteriore della certificazione notarile si può ipotizzare di dare atto dei seguenti ulteriori accertamenti.

In primo luogo il notaio potrebbe estendere le indagini ipotecarie fino a risalire alla trascrizione in favore dell’esecutato o dei suoi danti causa del titolo di acquisto anteriore al ventennio. Tale estensione temporale della ricerca, come abbiamo visto, pur non essendo imposta dall’art. 567 c.p.c., deve considerarsi particolarmente opportuna. Solo tale indagine consente, infatti, di ricostruire almeno formalmente l’appartenenza del bene pignorato al soggetto esecutato e di accertare l’esistenza di gravami, diritti reali o personali di godimento, domande giudiziali o altri vincoli opponibili al creditore procedente e quindi all’aggiudicatario.

In secondo luogo il notaio potrebbe verificare il contenuto dei titoli di provenienza non limitandosi, quindi, all’analisi delle sole note di trascrizione.

Tale tipo di indagine consente al notaio di verificare, in particolare, il rispetto, nei titoli di provenienza, della disciplina riguardante le menzioni urbanistiche, le dichiarazioni sostitutive di atto di notorietà relative alle modalità di pagamento del prezzo e alla presenza di attività di mediazione, la dichiarazione di conformità catastale, o il rispetto della legge notarile, potendo determinare, la violazione di tali norme, la nullità degli atti di provenienza.

La evidenziazione di eventuali vizi dei titoli di provenienza nell’ambito della certificazione notarile consentirà al giudice di valutare se essi siano tali da impedire il proseguimento della procedura esecutiva, oppure, ove ciò sia possibile, di fissare eventuali termini per procedere alla loro sanatoria.

Il notaio potrebbe, poi, certificare le risultanze della indagine di registri pubblici diversi dal catasto e dai registri immobiliari.

Si pensi, in particolare, alla possibilità per il notaio di dare atto nel certificato degli esiti delle indagini svolte presso i registri dello stato civile certificando, ad esempio, che il bene esecutato è di titolarità esclusiva del debitore, oppure, che è caduto in comunione legale con il coniuge o, ancora, che lo stesso è stato costituito in fondo patrimoniale, posto che, come noto, l’opponibilità ai terzi del fondo si ritiene derivi, non dalla trascrizione nei registri immobiliari a cui è attribuita valenza di mera pubblicità notizia, ma dalla annotazione a margine dell’atto di matrimonio.

Conclusioni

Per tutto quanto sopra esposto occorre ribadire che la certificazione notarile ha un contenuto minimo tipizzato dall’art. 567 c.p.c. e che, ove la certificazione contenga tale contenuto minimo, nessuna responsabilità potrà essere imputata al notaio.

Solo nel caso in cui il creditore, magari su impulso del giudice della esecuzione, chieda espressamente al notaio di integrare tale contenuto minimo, il notaio dovrà adempiere a tale richiesta con la consueta diligenza professionale.

Potrà poi essere lo steso notaio a suggerire, ove le tempistiche lo consentano, la redazione di una certificazione più completa per prevenire eventuali richieste di integrazione da parte del giudice della esecuzione.

Occorre, tuttavia, tenere ben distinto il contenuto essenziale della certificazione dal contenuto facoltativo od ulteriore della stessa, anche quando facciano parte di un unico documento.

Solo la mancanza nella certificazione del contenuto essenziale potrà, infatti, determinare l’applicazione della sanzione tipica della inefficacia del pignoramento ai sensi del terzo comma dell’art. 567 c.p.c.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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Questioni in tema di certificato notarile ex art. 567 c.p.c. alla luce di recenti pronunce giurisprudenziali ultima modifica: 2019-07-23T10:37:31+02:00 da Michele Laffranchi

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Riforma del Terzo settore: termini e maggioranze per gli adeguamenti degli statuti

Mar, 07/16/2019 - 08:57

Adeguamenti statutari, coordinamento tra il Codice del Terzo Settore e le singole discipline settoriali, termine e opportunità per chi decide di avviare la revisione degli statuti. In questo periodo sono tanti i temi che professionisti e operatori stanno affrontando per avviare i percorsi di adeguamento degli statuti degli enti non profit nella consapevolezza, tuttavia, che l’approccio alla riforma va affrontato tenendo in considerazioni diverse variabili: come, a esempio, la tipologia delle attività svolte, la tipologia di entrate e la loro natura (commerciale o non commerciale), l’incidenza della raccolta fondi, i sistemi di governance e di controllo attuali e quelli individuati dai decreti 117/2017 (Codice del Terzo Settore o CTS) e 112/ 2017 (dettante disposizioni in tema di impresa sociale).

di Gabriele Sepio, avvocato, Consigliere Nazionale del Terzo Settore e già Coordinatore del Tavolo tecnico-fiscale per la riforma del Terzo settore presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali

A tutto questo si aggiunga la possibilità di operare una rivisitazione del modello organizzativo partendo dalla consapevolezza che la riforma offre una gamma di soluzioni diverse (si pensi alle sezioni del nuovo registro unico) e ulteriori rispetto all’attuale scenario (primo tra tutti la rivalutazione dell’impresa sociale associata oggi ad regime fiscale favorevole). Senza contare il tema della personalità giuridica, ai fini della tutela dei rappresentanti legali degli enti non profit, non sempre pienamente consapevoli dei rischi connessi, alla gestione di finanziamenti pubblici o allo svolgimento di attività di interesse generale.

Il percorso di adeguamento degli statuti alla riforma, insomma, implica una attenta valutazione dello scenario presente e futuro legato al singolo ente che dovrà essere ultimata entro tempi ragionevoli affinchè gli enti, specie quelli piu strutturati, possano farsi trovare pronti con l’avvio del nuovo registro unico nazionale del terzo settore. Fondamentale dunque, in questa fase, individuare il termine finale entro il quale completare tale adeguamento anche alla luce della recente proroga al 30 giugno 2020, introdotta la conversione in legge del DL c.d. “crescita”.

La scadenza, originariamente fissata per il prossimo 3 agosto, tuttavia non coinvolge tutti gli enti non profit, ma solamente Onlus, organizzazioni di volontariato (ODV) e associazioni di promozione sociale (APS), iscritte nei rispettivi registri che, in quanto tali, sono già entrate nella fase transitoria di attuazione della riforma.

Premesso questo, l’emendamento con cui è stata introdotta la proroga presenta una formulazione decisamente discutibile sia sotto il profilo letterale che con riferimento alla individuazione del termine finale. Sotto il primo punto di vista basti pensare al fatto che il termine viene esteso anche alle bande musicali, a prescindere dal possesso delle qualifiche di Onlus, ODV e APS, (con l’effetto che, laddove si volesse adottare una, non auspicabile, interpretazione restrittiva, sarebbero gli unici enti cui si impone la scelta di entrare o meno nel registro entro un termine perentorio a prescindere dall’attuale inquadramento tra le categorie rientranti nel regime transitorio). Negli stessi termini lascia perplessi la proroga di un termine per le imprese sociali che risulta essere scaduto da tempo (il 20 gennaio scorso).

Al fine di evitare ulteriore confusione in una materia già articolata come quella della riforma, è opportuno dunque fare il punto della situazione per capire come incide la proroga sugli enti che stanno valutando l’iscrizione al Registro unico nazionale del Terzo settore (RUNTS).

Per Onlus, ODV e APS non dovrebbero esserci cambiamenti rispetto all’iter delineato dal Ministero del lavoro nella circolare n. 13/2019. In relazione alla vecchia scadenza del 3 agosto, il documento ha chiarito che il termine rileva solo ai fini delle maggioranze per deliberare le modifiche statutarie: entro questa data sarebbe stato possibile approvare le modifiche di “mero adeguamento” (ossia volte ad allinearsi a nuove disposizioni inderogabili o a derogare a disposizioni derogabili) con le maggioranze dell’assemblea ordinaria, mentre successivamente sarebbe stato necessario rispettare i quorum rafforzati previsti per le sedute straordinarie.

Questa impostazione dovrebbe rimanere anche con la proroga, con la conseguenza che Onlus, ODV e APS avranno più tempo per approvare le modifiche statutarie con le maggioranze semplificate. La facilitazione, tuttavia, dovrebbe riguardare una parte minoritaria degli enti, in quanto molti ragionevolmente coglieranno l’occasione della riforma per un generale restyling degli statuti, ad esempio ritoccando la governance o modificando la forma giuridica (si pensi alle nuove opportunità offerte dal nuovo art. 42-bis c.c. che consente operazioni straordinarie tra fondazioni e associazioni). In quest’ultimo caso, ovviamente, si dovrà fare ricorso, comunque, alle maggioranze previste per l’assemblea straordinaria.

Discorso analogo per le imprese sociali e le new entry bande musicali. Le prime con la proroga avranno a disposizione un altro anno per modificare gli statuti con i quorum dell’assemblea ordinaria, ferma restando la natura non perentoria del nuovo termine (la cui mancata osservanza non comporta la perdita ex se della qualifica di impresa sociale). Tuttavia, non può nascondersi una certa perplessità nei confronti di questo intervento: se da un lato il nuovo termine costituisce un indubbio vantaggio per le imprese sociali più strutturate e con evidenti difficoltà a raggiungere le maggioranze assembleari; dall’altro, la proroga di un termine già scaduto rischia di creare una disparità di trattamento tra chi ha già provveduto ad adeguare i propri statuti entro il termine del 20 gennaio 2019 e chi invece, sebbene in ritardo, potrà adeguarsi entro la nuova data beneficiando in ogni caso del regime “alleggerito”.

Quanto alle bande musicali, invece, il loro inserimento nel testo di legge appare quantomeno singolare, se si considera che tali enti non sono contemplati quali particolari categorie di ETS, né inclusi tra i destinatari della scadenza del 3 agosto. Ciononostante, vengono “facilitate” attraverso la possibilità di avvalersi dei quorum dell’assemblea ordinaria per le modifiche, ma al contempo gravate da un ingiustificato onere di adeguamento, posto che, in base al quadro delineato dalla riforma, avrebbero potuto scegliere se e quando iscriversi al RUNTS in piena autonomia (come tutti gli altri enti non profit diversi da Onlus, ODV e APS).

Sul piano operativo, tempi e modalità per gli adeguamenti andranno valutati in funzione dell’istituzione del RUNTS (la cui messa in funzione è attesa entro l’inizio del prossimo anno) e delle specificità dei singoli enti. Per le Onlus, bisogna considerare la fase transitoria di passaggio dal vecchio al nuovo regime. Come noto, la disciplina di cui all’art. 10 del D.lgs. n. 460/1997 è stata abrogata dal CTS con efficacia differita a decorrere dal periodo di imposta successivo al rilascio dell’autorizzazione della Commissione europea e alla messa in funzione del RUNTS. La vera e propria scadenza per le modifiche statutarie coincide proprio con tale abrogazione, a decorrere dalla quale gli enti che non si sono adeguati dovranno devolvere il patrimonio accumulato in vigenza del regime. Pertanto, gli scenari per le Onlus potrebbero essere due: l’ente potrebbe scegliere di adeguarsi in tempi brevi con le modalità semplificate (per le modifiche di mero adeguamento), così da farsi trovare pronto per l’iscrizione al Registro una volta operativo; oppure rettificare gli statuti anche dopo il termine del 30 giugno 2020 (con i quorum rafforzati), purché prima dell’abrogazione del regime Onlus. In entrambi i casi, gli statuti dovranno contenere delle clausole sospensivamente condizionate all’efficacia delle nuove disposizioni del CTS, onde evitare il recepimento di previsioni non conformi alla disciplina Onlus (ad esempio, la facoltà di svolgere attività diverse oppure la nuova denominazione ETS).

Per ODV e APS la situazione è in parte diversa. A differenza delle Onlus, le rispettive normative di settore (L. n. 266/1991 e n. 383/2000) sono già state abrogate nella parte relativa ai requisiti di qualificazione degli enti (che sono già quelli individuati dal CTS), mentre restano in vigore per quanto riguarda le procedure di iscrizione nei registri (che in attesa del RUNTS continuano ad essere quelle previste dalle amministrazioni competenti).  La vera deadline per questi enti sembra quindi essere la messa in funzione del Registro unico, che segnerà una trasmigrazione automatica dei dati esistenti dagli attuali registri del volontariato e dell’associazionismo di promozione sociale alle sezioni ODV e APS del RUNTS. In questa sede, gli uffici del Registro dovranno verificare il possesso dei requisiti per l’iscrizione entro 180 giorni, e, in caso negativo, potranno chiedere informazioni e integrazioni, prorogando di ulteriori 60 giorni la procedura.

Per ODV e APS che non avessero ancora adeguato gli statuti, in questa sede potranno essere sollecitate eventuali modifiche statutarie. Tuttavia, a seguito della proroga del termine al 30 giugno 2020, potrebbe essere necessario un nuovo chiarimento di prassi su questo punto al fine di evitare disallineamenti. Come detto, il RUNTS dovrebbe essere operativo prima di questa data, per cui ODV e APS andrebbero a trasmigrare in un momento in cui sono ancora pendenti i termini per l’adeguamento. Diventa quindi fondamentale capire se e quale tipo di controlli potranno svolgere gli uffici del Registro e come gli enti dovranno ottemperare alle richieste.

In ogni caso, per le ODV e le APS più strutturate potrebbe essere consigliabile adeguarsi in maniera celere, onde evitare di dover apportare le modifiche in un lasso di tempo eccessivamente ridotto (60 giorni), dopo i controlli degli uffici del RUNTS. Al contrario, la proroga potrebbe essere sfruttata positivamente per gli enti di dimensioni più piccole o che intendano assumere qualifiche diverse nel Terzo settore (ad esempio le ODV che vogliano trasformarsi in enti filantropici), anche al fine di ponderare meglio le proprie scelte.

Riforma del Terzo settore: termini e maggioranze per gli adeguamenti degli statuti ultima modifica: 2019-07-16T08:57:33+02:00 da Redazione Federnotizie

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